|
E’ sempre con immensa curiosità che leggiamo un romanzo scritto da qualcuno che conosciamo: siamo spinti da quella voglia di sbirciare attraverso il buco della serratura per capire qual è la verità di quella vita. Ma il romanzo non è mai questo, è sempre una cronaca (del) possibile.
Il libro ha una sua verità con cui dobbiamo confrontarci; è scritto in terza persona e il fatto che il personaggio si chiami Antonio crea un gioco di passaggi che ci obbliga comunque a pensare con una prospettiva diversa.
Il titolo è molto importante e ben riuscito e mette sul tavolo questioni di fondamentale importanza che ci aiutano a capire di cosa tratta il romanzo. Il ritorno avviene dopo aver indicato due percorsi, due nomi di quelli che sono gli Dei attraverso i quali avviene questo ritorno: Pindaro – sogno di un’ombra, l’uomo – e Sofocle – Tutti noi, quanti viviamo, null’altro che ombra vana siamo. Viene quindi data molta importanza al concetto di ombra ma anche di luce.
Il ritorno è sì un viaggio verso un luogo ma è soprattutto un viaggio della mente nello spazio, in luoghi nei quali una volta c’era stato un corpo con le sue emozioni, le sue passioni.
La chiave del romanzo può anche essere individuata nel mutare delle luci (“…la netta e serena linea dell’orizzonte lontano che si corrugava nelle tre gobbe …”¸ p.13). I luoghi fanno riemergere un mondo, si riscopre una ritrovata familiarità con quei luoghi ed il tempo del passato diventa presente e l’intersezione tra i due tempi è l’elemento di forza del romanzo. Il vissuto è ormai diventato “memorabile”, degno di memoria; ci sono numerosi esempi come la partenza del padre di Antonio per l’Africa; l’insegnamento; gli amori e la politica che sono ancora comunque il nucleo caldo della vita.
Anche l’amore svolge un ruolo importante, non c’è però solo la forza dell’eros ma c’è anche l’intelligenza, la consapevolezza della propria intelligenza e ricordare la propria vita vuol dire riconoscere queste due forze.
Il tempo perduto è inseparabile dal “qui” e dall’”ora”. Per Bergman, il viaggio nel tempo viene fatto da una persona che porta nel passato quello che egli è nel presente.
C’è una luce fatta di chiaroscuri, una luce fatta di ombre, una luce che sempre più scivola inesorabilmente verso il tramonto. I pensieri hanno una natura cupa e triste che getta la sua ombra sul ricordo e fanno sentire Antonio come un fantasma, quindi non abbiamo una presenza calda e tangibile.
Ad un tratto, il personaggio si reca in visita al cimitero e questo è un modo per avere un’esperienza della doppia natura: quella viva e quella morta.
Ci troviamo di fronte ai capitoli di una vita, una vita su cui però si stende un’ombra, la polvere che, volenti o nolenti, si stende anche su questi ricordi.
La cultura di chi ha scritto emerge grazie a varie espressioni che testimoniano ricercatezza e gusto letterario come proprietà inseparabili di chi scrive.
A cosa serve questo ritorno? In più snodi, il personaggio dice che il viaggio è il tentativo di trovare un senso ed una ragione che tengano insieme i frammenti di una vita vissuta e sofferta. Un senso che ci permetterebbe di trovare un filo all’interno della nostra vita per poter quasi dire “post hoc, propter hoc”, dopo ciò, a causa di ciò.
Frammenti, sforzi di ricordare che intorno hanno il vuoto, la polvere che mette in luce una sorta di incrinatura; il personaggio è sospeso tra realtà ed irrealtà, tra tangibile ed immaginazione del pensabile.
Il cuore segreto del libro è il dover disegnare la parabola della vita come quando, guardando un volto in una vecchia fotografia, riusciamo a dire chi era e cos’era diventato (“In una delle fotografie era ritratto un intero gruppo di ragazzi al bagno nelle acque del fiume Calore:i più erano disposti in vario modo sopra uno scoglio nel mezzo della corrente e, immersi sino al petto o al basso ventre a seconda dell’altezza, altri che non vi avevano trovato posto; tutti con un’espressione ridente rivolta verso… che cosa? Verso l’obiettivo della macchina? O verso un miraggio dell’avvenire, diverso per ciascun sorriso? E perché a sorridere erano tutti, se poi alcuni di loro quell’avvenire sognato o intravisto non lo avevano proprio vissuto o l’avevano realizzato solo in parte?
Agostino, per esempio, era giunto, vivace e intelligente, fino alla terza classe del liceo e poi era stato stroncato da un male rimasto oscuro finanche ai medici. Eppure la sua immagine continuava a sorridere nella fotografia.”,p. 104).
Da una parte la “vita orrida vera”, dall’altra la vita congelata in quell’istante che ci pone il suo enigma ed è l’effetto che si ha quando possiamo padroneggiare di un intero destino (esempio del film American Graffiti).
Una vita congelata è il segno di una vita che finisce sempre per essere come una malattia mortale; cogliere la vita nel suo decorso e leggerne l’esito è la linea guida del romanzo. Quindi il romanzo è al confine tra la luce del giorno e l’ombra, un’ombra fatale, minacciosa, che sta per arrivare e che si trova, non a caso, alla fine del libro (“Giunto alla sommità della salita, gli sembrò di passare dalla zona d’ombra nella plaga della residua luce del tramonto: il senso della marcia gli faceva rincorrere il sole, ancora una volta nella vana ricerca di trattenerne la luce a conforto degli occhi e del cuore, mentre lo assediavano le prime ombre della sera, che dal fondo delle valli s’inerpicavano lungo i fianche delle colline e minacciavano sempre più da vicino di ingoiare le poche emergenti cime delle alture”, p.130). C’è la minaccia dell’ombra ma anche il tramonto della luce dorata, un tramonto molto bello e carico di memorie.
Un romanzo come questo chiede il coinvolgimento della nostra interiorità ed intelligenza e, proprio per questo, dobbiamo essere grati a chi questo viaggio ce lo ha fatto fare.
|