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Trittici vesuviani
Trittici vesuviani - Tratto da "Sìlarus" n°248 PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenza Rocco   
Sei trittici racchiudono diciotto presentazioni nella zona vesuviana, di scrittori, che hanno in comune radici e amore per la pagina. Un sud della letteratura e un sud nella letteratura all’unisono come attività che si svolge nella stessa area geografica e luogo metafisico, metafora di pensieri, sentimenti, emozioni nella concreta realtà quotidiana, in un ineludibile rapporto tra paesaggio e scrittura. E il relatore critico-saggista è sempre lui, lo studioso Antonio Carosella, conterraneo, tra l’altro, docente e dirigente scolastico. La presentazione di un libro equivale ad un saggio? Certamente no. Anche se gli ingredienti ci sono, e qualche marcia in più. Pur nate da un’occasione , se affidate alla persona giusta, le presentazioni offrono spunti di riflessione che stimolano alla lettura.
 
Con calviniana “leggerezza” suggeriscono chiavi d’interpretazione , individuano motivi, temi e personaggi, disegnano atmosfere. Con discrezione ed eleganza il presentatore- regista mette in scena il libro, lascia parlare l’autore per catturare il lettore ed immergerlo nella pagina. Destinate all’ascolto, non solo di addetti ai lavori, le presentazioni scelgono un linguaggio, pur specialistico, chiaro e coinvolgente. Antonio Carosella lancia un invito alla lettura a 360 gradi, sia che si tratti di autori affermati di ampio respiro, sia di emergenti. Innanzitutto Michele Prisco, inventore di un a”provincia”, non solo come riduzione geografica, ma dimensione dell’anima di universale valenza. Fedele all’amore per la sua terra, in un arco di tempo lungo oltre 50 anni da “La provincia addormentata” (1949) a “La pietra bianca” (2003). Un amore, osserva Carosella, “inconsueto ma non immutato” se alla pietas virgiliana per una provincia sonnolenta e letargica, ma rassicurante, subentra l’orrore per il capovolgimento dei valori, in nome dell’esecrabile fame dell’oro, che investe anche l’istituto familiare. Mai Prisco aveva messo così a nudo la cattiveria, la violenza, l’odio del guazzabuglio del cuore umano come quando, sul consueto filo della memoria, narra la terribile vicenda di Giuseppina Savastano e delle figlie Emilia e Maddalena.
L’epilogo tragico snatura la leggenda del pellicano che, simbolo dell’abnegazione materna, diviene di “pietra”. Con Prisco, nel I° trittico, è Mario Guaraldi, con “Esteban il sottile” e Maria Orsini Natale con “Francesca e Nunziata”. Romanzo storico o ciclico, genere epico o lirico, barocco vesuviano? Carosella si pone e pone al lettore delle domande, stimolando riflessione. Della Orsini Natale “piedi marini” e “occhi vesuviani”, Carosella presenta con rara maestria altri libri: “La terrazza della villa rosa” e “La bambina dietro la porta”, che inseriti in altri altrettanti trittici sono presentati negli elementi chiave: infanzia e memoria, Vesuvio e mare. Particolarmente intrigante il trittico che accomuna Prisco di “Gli altri”, romanzo sperimentale che sfata definitivamente le accuse di ottocentista allo scrittore con l’Orsini Natale de “Il terrazzo della villa rosa”, in cui la realtà è trasfigurata dalla memoria e i personaggi raccontano la suggestione dei luoghi, e “Vedere dal cuore” di Maria Donnarumma D’Alessio, pedagogista e psicologa, docente universitaria che stempera la sua immensa “doctrina”in immagini di suggestiva bellezza. Osserva Carosella, accendendo la curiosità nel lettore, “un libro originalissimo anche nella forma: tra prosa e poesia”. Ove poesia è amore. E l’amore è il cuore dell’educazione. L’autrice si pone e ci pone la domanda: “Amore per la sapienza o sapienza dell’amore?” Quesito risolto dall’innocenza della nipotina Martina, che disegna un cuore a forma di cervello.
E il presente che si proietta nel futuro non sa rinunciare alle radici: “Amita magna, il ricordo vivido e grato della prozia Gelsomina, l’accorato rimpianto del padre: “Eri la nostra quercia” o lo struggente ricordo della mamma. Un’intensa vita interiore animata da un profondo senso religioso che non esclude il fascino della bellezza terrena, la suggestione della natura e del paesaggio. In ogni presentazione il rapporto tra scrittura e luoghi è ineludibile. Acutamente Carosella nota che tra l’artista e il paesaggio si frappone la psiche con funzione deformante positiva o negativa, mai fotograficamente improduttiva. E’ la visione interiore nella irripetibile individualità dell’artista che differenzia i luoghi. Il paradosso dell’arte è creare una realtà più profonda di quella esteriore. Che ci sia armonia tra l’io e i luoghi o che essa sia “perduta” come vuole La Capria, il rapporto ambivalente i odio-amore è parte essenziale della intuizione estetica e della parola che l’esprime. I due paesaggi, quello interiore, occulto dell’anima, e quello visibile dei luoghi, come testo e contesto di quell’unicum del libro esistenziale, che ogni individuo scrive.
 


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