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Esaminare, sia pure in rapida sintesi, la produzione letteraria di A. Carosella significa assumere un orizzonte di ricerca più vasto del comparto specifico della critica letteraria. Non che Carosella non sia un critico letterario, bensì perché questa rubrica sarebbe riduttiva rispetto alla poliedricità dei suoi interessi. Carosella, in fondo, è il letterato totale, quello che in modo più appropriato dovremmo chiamare l’umanista, che spazia a trecentosessanta gradi sul meridiano della cultura lasciando dovunque l’impronta originale del proprio giudizio. Tale è stato, ed è, Antonio Carosella nella sua lunga e fecondissima militanza di fine cultore di letteratura, di arte, di archeologia, che ha prodotto una ricca fioritura, nella quale il lettore coglie non solo una curiosità onnivora ma anche una sicura competenza critica. Una valutazione, dunque, della variegata attività letteraria di Antonio Carosella esige ch’essa vada assunta così com’è, nel vario dispiegarsi dei suoi temi, che trovano una loro unità tonale nell’attitudine dell’autore a focalizzare l’essenza dei problemi e a definire con lucido rigore, senza mai indulgere a cedimenti retorici o, peggio, a labirintici ermetismi. Il nucleo centrale del lavoro intellettuale di Carosella nell’ambito letterario è in ogni caso costituito dal dialogo con gli autori e con i problemi della letteratura, un dialogo che spazia senza preconcetti dal Medioevo all’età contemporanea, all’hic et nunc della produzione in atto, alla quale Carosella presta un’attenta e critica attenzione, anche presentando e recensendo romanzi, opere teatrali, raccolte di versi, sia di autori già noti che esordienti. Quando scrive di Petrarca e di Foscolo o quando tratteggia lo scenario culturale dell’ultimo trentennio dell’Ottocento con riflessioni mai banali su Carducci, Verga, Fogazzaro, Pascoli, D’Annunzio, Carosella esibisce una solida padronanza delle opere e della relativa bibliografia, nonché l’attitudine ad utilizzare metodologie ermeneutiche che valorizzino l’autonomia dell’arte attraverso il risalto dato ai contenuti e ai valori. L’opera letteraria è per lui, prima che proiezione socio-politica e spia di remoti e rimossi antefatti psicologici, il risultato di due convergenti flussi di energia: la tradizione culturale, ossia il contesto, e la singolarità creativa dell’autore. Il testo, nella sua irripetibile unicità, è il documento al quale l’autore consegna la sua storia personale e quei messaggi che il critico è poi chiamato a decodificare. Fedele a questa visione storicistica della critica e senza celare la sua diffidenza per gli eccessi dello strutturalismo, Carosella si accosta agli autori con un approccio esegetico rigoroso e serrato che talora, come nel caso dello studio su Gaetano Pagano, giunge ad una vera anatomia del testo attraverso un vero e proprio regesto dei singoli componimenti della raccolta poetica. Ed anche quando non si spinge fino a questo estremo esercizio di lettura, la strategia critica di Antonio Carosella è sempre severamente ancorata ai testi, coi quali egli apre un fitto dialogo. Accade così con le opere di Maria Orsini Natale e di Michele Prisco o di quel Mario Pomilio che, fra tutti gli autori da lui avvicinati, mi pare quello che ha con Carosella le maggiori affinità spirituali. Mi riferisco alle due schede critiche che Carosella dedicò al Quinto evangelio e al Natale 1833, che fra i romanzi di Pomilio sono forse quelli nei quali il maggiore scrittore cattolico dei nostri tempi interpella con maggiore urgenza la coscienza del lettore sui grandi temi del “conflitto fra esperienza e speranza”, per usare le parole di Carosella, o del dolore del mondo. Soprattutto nel secondo romanzo mi pare che Carosella, dopo le iniziali perplessità sulla sua struttura anomala, abbia saputo cogliere dentro il raffinato gioco fra documento filologico e finzione narrativa, l’intensa e coinvolgente problematica.. Ma va detto, per riprendere il tema iniziale, che l’attività di Carosella come critico si accompagna sempre ad una militanza culturale di più ampio spettro, come provano, per un minimo di esemplificazione, le pagine sulla figura di don Sturzo e quelle su Francesco Di Capua, nonché le acute riflessioni sulla Responsabilità della cultura e su Cultura è libertà. Né mi sento di tralasciare il dialogo in lingua latina sull’attentato alle Torri gemelle. |