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27 Aprile 2009 - Presentazione de "Il Ritorno" presso lo Stabia Hall |
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Scritto da Matteo Palumbo
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E’ sempre con immensa curiosità che leggiamo un romanzo scritto da qualcuno che conosciamo: siamo spinti da quella voglia di sbirciare attraverso il buco della serratura per capire qual è la verità di quella vita. Ma il romanzo non è mai questo, è sempre una cronaca (del) possibile.
Il libro ha una sua verità con cui dobbiamo confrontarci; è scritto in terza persona e il fatto che il personaggio si chiami Antonio crea un gioco di passaggi che ci obbliga comunque a pensare con una prospettiva diversa.
Il titolo è molto importante e ben riuscito e mette sul tavolo questioni di fondamentale importanza che ci aiutano a capire di cosa tratta il romanzo. Il ritorno avviene dopo aver indicato due percorsi, due nomi di quelli che sono gli Dei attraverso i quali avviene questo ritorno: Pindaro – sogno di un’ombra, l’uomo – e Sofocle – Tutti noi, quanti viviamo, null’altro che ombra vana siamo. Viene quindi data molta importanza al concetto di ombra ma anche di luce.
Il ritorno è sì un viaggio verso un luogo ma è soprattutto un viaggio della mente nello spazio, in luoghi nei quali una volta c’era stato un corpo con le sue emozioni, le sue passioni.
La chiave del romanzo può anche essere individuata nel mutare delle luci (“…la netta e serena linea dell’orizzonte lontano che si corrugava nelle tre gobbe …”¸ p.13). I luoghi fanno riemergere un mondo, si riscopre una ritrovata familiarità con quei luoghi ed il tempo del passato diventa presente e l’intersezione tra i due tempi è l’elemento di forza del romanzo. Il vissuto è ormai diventato “memorabile”, degno di memoria; ci sono numerosi esempi come la partenza del padre di Antonio per l’Africa; l’insegnamento; gli amori e la politica che sono ancora comunque il nucleo caldo della vita.
Anche l’amore svolge un ruolo importante, non c’è però solo la forza dell’eros ma c’è anche l’intelligenza, la consapevolezza della propria intelligenza e ricordare la propria vita vuol dire riconoscere queste due forze. |
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Il ritorno - Tratto da "Sìlarus" n°260 |
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Scritto da Lorenza Rocco
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Sono le epigrafi in esergo …un sogno di un’ombra l’uomo (Pindaro) Vedo che noi tutti, quanti viviamo, null’altro che ombra vana siamo (Sofocle), a racchiudere il senso de Il ritorno, romanzo autobiografico di Antonio Carosella, umanista e scrittore, che ricostruisce il suo passato sul filo della memoria, ritornando nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, nei luoghi di origine e dell’anima ad un tempo. C’è un rapporto ineludibile tra i luoghi e la scrittura e il ritmo e la fluidità narrativa di Carosella lo attestano …eccolo lì, il suo paese natale Venticano…, adagiato sul sommo di una dolce collina digradante verso il fiume Calore (pag. 14). I luoghi, le case sono le persone. Ecco, in un andirivieni della memoria, …nitido quel giorno lontano quando aveva percorso quella strada in carrozza insieme con il padre (pag. 15), in partenza per l’Africa orientale, nell’Etiopia, da poco conquistata. Viaggio memorabile, che segna la fine dell’adolescenza di Antonio, che diviene improvvisamente capo-famiglia e mentre attende con zelo agli studi, provvede ai fratelli e fa da spalla alla madre, provata dal dolore. Come fotogrammi passati alla moviola, una galleria di volti familiari, amici, paesani, maestri, colleghi emergono dai fondali della memoria. |
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Trittici vesuviani - Tratto da "Sìlarus" n°248 |
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Scritto da Lorenza Rocco
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Sei trittici racchiudono diciotto presentazioni nella zona vesuviana, di scrittori, che hanno in comune radici e amore per la pagina. Un sud della letteratura e un sud nella letteratura all’unisono come attività che si svolge nella stessa area geografica e luogo metafisico, metafora di pensieri, sentimenti, emozioni nella concreta realtà quotidiana, in un ineludibile rapporto tra paesaggio e scrittura. E il relatore critico-saggista è sempre lui, lo studioso Antonio Carosella, conterraneo, tra l’altro, docente e dirigente scolastico. La presentazione di un libro equivale ad un saggio? Certamente no. Anche se gli ingredienti ci sono, e qualche marcia in più. Pur nate da un’occasione , se affidate alla persona giusta, le presentazioni offrono spunti di riflessione che stimolano alla lettura.
Con calviniana “leggerezza” suggeriscono chiavi d’interpretazione , individuano motivi, temi e personaggi, disegnano atmosfere. Con discrezione ed eleganza il presentatore- regista mette in scena il libro, lascia parlare l’autore per catturare il lettore ed immergerlo nella pagina. Destinate all’ascolto, non solo di addetti ai lavori, le presentazioni scelgono un linguaggio, pur specialistico, chiaro e coinvolgente. Antonio Carosella lancia un invito alla lettura a 360 gradi, sia che si tratti di autori affermati di ampio respiro, sia di emergenti. Innanzitutto Michele Prisco, inventore di un a”provincia”, non solo come riduzione geografica, ma dimensione dell’anima di universale valenza. Fedele all’amore per la sua terra, in un arco di tempo lungo oltre 50 anni da “La provincia addormentata” (1949) a “La pietra bianca” (2003). Un amore, osserva Carosella, “inconsueto ma non immutato” se alla pietas virgiliana per una provincia sonnolenta e letargica, ma rassicurante, subentra l’orrore per il capovolgimento dei valori, in nome dell’esecrabile fame dell’oro, che investe anche l’istituto familiare. Mai Prisco aveva messo così a nudo la cattiveria, la violenza, l’odio del guazzabuglio del cuore umano come quando, sul consueto filo della memoria, narra la terribile vicenda di Giuseppina Savastano e delle figlie Emilia e Maddalena.
L’epilogo tragico snatura la leggenda del pellicano che, simbolo dell’abnegazione materna, diviene di “pietra”. Con Prisco, nel I° trittico, è Mario Guaraldi, con “Esteban il sottile” e Maria Orsini Natale con “Francesca e Nunziata”. Romanzo storico o ciclico, genere epico o lirico, barocco vesuviano? Carosella si pone e pone al lettore delle domande, stimolando riflessione. Della Orsini Natale “piedi marini” e “occhi vesuviani”, Carosella presenta con rara maestria altri libri: “La terrazza della villa rosa” e “La bambina dietro la porta”, che inseriti in altri altrettanti trittici sono presentati negli elementi chiave: infanzia e memoria, Vesuvio e mare. Particolarmente intrigante il trittico che accomuna Prisco di “Gli altri”, romanzo sperimentale che sfata definitivamente le accuse di ottocentista allo scrittore con l’Orsini Natale de “Il terrazzo della villa rosa”, in cui la realtà è trasfigurata dalla memoria e i personaggi raccontano la suggestione dei luoghi, e “Vedere dal cuore” di Maria Donnarumma D’Alessio, pedagogista e psicologa, docente universitaria che stempera la sua immensa “doctrina”in immagini di suggestiva bellezza. Osserva Carosella, accendendo la curiosità nel lettore, “un libro originalissimo anche nella forma: tra prosa e poesia”. Ove poesia è amore. E l’amore è il cuore dell’educazione. L’autrice si pone e ci pone la domanda: “Amore per la sapienza o sapienza dell’amore?” Quesito risolto dall’innocenza della nipotina Martina, che disegna un cuore a forma di cervello.
E il presente che si proietta nel futuro non sa rinunciare alle radici: “Amita magna, il ricordo vivido e grato della prozia Gelsomina, l’accorato rimpianto del padre: “Eri la nostra quercia” o lo struggente ricordo della mamma. Un’intensa vita interiore animata da un profondo senso religioso che non esclude il fascino della bellezza terrena, la suggestione della natura e del paesaggio. In ogni presentazione il rapporto tra scrittura e luoghi è ineludibile. Acutamente Carosella nota che tra l’artista e il paesaggio si frappone la psiche con funzione deformante positiva o negativa, mai fotograficamente improduttiva. E’ la visione interiore nella irripetibile individualità dell’artista che differenzia i luoghi. Il paradosso dell’arte è creare una realtà più profonda di quella esteriore. Che ci sia armonia tra l’io e i luoghi o che essa sia “perduta” come vuole La Capria, il rapporto ambivalente i odio-amore è parte essenziale della intuizione estetica e della parola che l’esprime. I due paesaggi, quello interiore, occulto dell’anima, e quello visibile dei luoghi, come testo e contesto di quell’unicum del libro esistenziale, che ogni individuo scrive. |
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Molto più di una storia di una giovinezza |
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Scritto da Anna Di Capua
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E’ riduttivo definire il libro “storia di una giovinezza”, perché esso può essere accolto come un “classico”, uno di quei libri destinati a restare, che coinvolgono profondamente ogni specie di lettori. Con la sua prosa limpida, tesa, vibrante in tutti i particolari, l’autore si ferma su una costellazione di scene, di personaggi che mantengono nella scrittura l’intatta vivezza, l’emozione sospesa: dalla figura della mamma, dapprima sbozzata con poche, scarne parole, in seguito tratteggiata dalla penna del figlio, raffinato alchimista degli aggettivi e degli avverbi, quale donna eminentemente pratica nel gustosissimo episodio della “ricchezza mobile”,…al pianeta delle ragazze e alla Preside.... Poiché nel testo anche il paesaggio presenta chiari segni introspettivi, senza dubbio lo si può definire romanzo psicologico, di forte impatto emotivo, dove il passato e il presente si fondono in un racconto efficace, lucido, appassionato, che si conclude con “Ulisse” che approda sull’autostrada con i disinganni della memoria, dell’amicizia e della politica, turbato sì, ma rincuorato perché torna dlla sua Penelope e dai suoi Telemachi.... E’ stata una lettura riflessiva, meditata, impegnata, che mi ha arricchita la mente e l’anima. |
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Il paesaggio dell'anima e dell'amore |
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Scritto da Michele A. Pizzella
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Il romanzo IL RITORNO illumina, di Carosella, la capacità di riconoscere, penetrare, accogliere e riprodurre lo spirito di una realtà, che non è solo il luogo privilegiato delle memorie e delle emozioni antiche bensì anche quella essenza nuova che è epifania di musica, di simboli, di immagini, di poesia: paesaggio dell’anima e dell’amore. E qui si stagliano… certe ariose aperture paesaggistiche di cieli e di colline mediterranei, pieni di luci mattinali, magiche e attonite nella cristallina trasparenza delle nubi e delle rocce; nell’estatica vertigine dei verdi smeraldini e delle ocre rigogliose e placide, nell’aereo silenzio degli abeti e dei castagni: un paesaggio nel quale il racconto degli elementi naturalistici diviene forma e personaggio esso stesso, configurazione affabulatoria, sentimento ed elegia dell’infanzia. Carosella disegna i suoi personaggi con la scrittura minuta ed esatta di un orafo: cesella volti e voci, scarnificati dal tempo, ridestati dalla memoria e assunti a immagini e metafore del sentimento. E in essi fa pulsare la vita con le sue passioni e dolori. Attraverso l’immersione nell’inner world le tempeste della vita si placano nell’insuperato vigore e splendore d’una visionarietà intessuta di verità e di astrattezza, di esperienza e di intelligenza poetica e che si viene sviluppando alla luce del rigore stilistico e dell’ordine timbrico della parola. Una prosa analogica e contemplativa, del passato e del presente: che tende sempre a un limite di purezza, di chiarezza espressiva, anche nella complessità di situazioni che esigono forte concentrazione lessicale, capacità di trasfigurazione lirica e musicale, piena e totale compenetrazione dell’idea e della cosa in sé, dell’evento e della sua immagine. Un’altra particolarità di questa scrittura è la quasi totale assenza di lenocinii stilistici, di ricercatezze lessicali, di coups de foudre ad effetto straripante: una prosa di cose, persone e case, monti e cieli assolati, strade e colline … L’aquilone è volato alto tra le nubi: il filo si è spezzato al limitare del crepuscolo. … la chiusa lirica del racconto…Antonio si chiede se “la vita…si risolve solo nella memoria” o è, essa stessa, “solo memoria”…ma, se anche le memorie si estinguono, il cuore indomabile continua a sognare e a cantare …una terra più vera, più bella, più luminosa di poesia e di verità. |
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